Scheda 083 - "La prima radice" 

di Simone Weil

           Preludio a una dichiarazione dei doveri verso la creatura umana 

Il nostro tempo ha negato la tensione di ogni uomo verso qualcosa di più grande, e forse di irraggiungibile, sostituendola con una cultura degradata e ristretta dove i diritti universali sono privi di concretezza e la libertà è intesa come semplice cancellazione di qualsiasi dovere. Ancora più dei diritti, sono invece proprio i doveri, verso se stessi e verso gli altri, ad ancorare l'uomo alla realtà e alla società in cui vive, evitando il rischio di sentirsi sradicati e in balia degli eventi. Secondo Simone Weil, voce inascoltata e profetica del XX secolo, interessarsi davvero del destino dell'uomo significa, quindi, prima di tutto aggrapparsi saldamente e rimanere fedeli alle proprie radici. Potrebbe sembrare un banale richiamo alle tradizioni; invece non è così, perché le radici dell'uomo hanno origine oltre la sfera temporale, nell'esistenziale e umanissimo desiderio di verità e di bene. 

LA FRASE DEL SEGNALIBRO

«La distruzione del passato è forse il delitto supremo. Ai giorni nostri, la conservazione di quel poco che resta dovrebbe diventare quasi un'idea fissa. Bisogna arrestare il terribile sradicamento che viene continuamente prodotto dai metodi coloniali europei».

RECENSIONI

Radicamento e radicalità. Torna il pensiero di Simone Weil

- IAIA VANTAGGIATO - Il MANIFESTO 27-06-1996

M I SEMBRA impossibile immaginare per l'Europa una rinascita che non tenga conto delle esigenze definite da Simone Weil in L'Enracinement": è il 31 maggio del 1949 quando Albert Camus presenta, per Gallimard, la prima edizione del Prélude à una déclaration del devoirs envers l'etres humain.

Alla stesura dell'opera, Simone Weil si dedica l'anno stesso della morte (avvenuta a Londra nell'agosto del 1943) nel tentativo di individuare il fondamento per un progetto di ricostruzione civile e politica della Francia e dell'Europa (per una rigenerazione della società nel suo complesso). E di fronte alla crisi della civiltà europea travolta dalla seconda guerra mondiale diventa urgente, per Weil, risalire alle cause di quella catastrofe: prima fra tutte lo sradicamento, "grande metafora della malattia politica e sociale dell'Europa".

Considerato il testamento politico-spirituale di Weil, L'Enracinement - già pubblicato in Italia dalle Edizioni di Comunità - viene oggi riedito da Leonardo (La prima radice. Preludio a una dichiarazione dei doveri verso l'essere umano , pp.251. L. .23.000) e fatto precedere da un breve ma denso invito alla lettura di Laura Boella. Che si sporge, per interrogarlo, sino ai limiti del "vuoto" spalancatosi nella politica: là dove meglio lo sradicamento si definisce in quanto "perdita del legame comunitario inteso come fitta e molteplice trama di relazioni tra gli esseri umani e il mondo storico e naturale che li circonda". O ancora - ieri come oggi,sembra suggerire Boella - in quanto "privatizzazione e declinazione secondo la logica della proprietà e del possesso di tutto quanto attiene alla vita pubblica".

Proprio la drammaticità degli eventi, tuttavia, imporrà "l'obbligo morale di costruire la pace". Alla nozione di "obbligo" -e a quella connessa di "responsabilità" - Weil, come è noto, si appella per ripristinare i legami: tra gli esseri umani, innanzitutto, poiché l'obbligo corrisponde al rispetto per quel "fondo intangibile, incondizionato, sacro di umanità" che in ciascuno e ciascuna è possibile individuare. Tra gli esseri umani, poi, e l'idea del Bene e della Giustizia perché solo la tensione verso l'universale, lo spirituale-morale consente di ristabilire la perduta "coerenza di significato del mondo".

Solo se ad ispirare l'agire pubblico saranno fonti trascendenti, la politica potrà soddisfare il suo bisogno di radicamento che è bisogno di comunità. Dunque l'autenticità della politica si misura, conclude Boella, sulla sua "capacità di mantenere una relazione con l'altro, con ciò che non è afferrabile e comprensibile, si sottrae al nostro possesso, nelle sue molteplici incarnazioni, dalla differenza di razza e di religione all'alterità più eccedente e inaccessibile, quella della morte, del senso delle cose, del bene e della Giustizia".

Anche nella Lettera a un religioso - a ragione definita da Giancarlo Gaeta che ne ha curato la nuova pubblicazione per Adelphi (pp.132, L. .16.000), "una lettera aperta ai contemporanei" - il rispetto per le differenze e l'esigenza di radicamento assumono una rilevanza centrale. Da qui Weil parte per definire i termini del problematico rapporto con il cattolicesimo.

Perché anche qui c'è il vuoto, l'oblio delle radici (greche e cristiane), la cancellazione di ogni alterità: "tutta l'immensa distesa dei secoli passati - aveva già scritto altrove - tutti i paesi abitati da razze di colore; tutta la vita profana nei paesi di razza bianca e nella storia di questi ultimi, tutte le tradizioni accusate di eresia". Ciò che la Chiesa non fa - denuncia Weil - è "riconoscere ovunque presente e operante lo spirito di verità senza oscurarlo con il suo linguaggio normativo": anche là dove il Cristo assume altri nomi.

Ma il ritorno alle radici pagane serve anche al recupero della vita profana che da lì discende e che il cristianesimo non può ignorare se intende davvero "incarnarsi", diventare esso stesso "ingranaggio dei meccanismi psichici, sociali, politici e creativi". Perché ciò accada è necessario affrontare la questione delle relazioni tra individui e collettività che, qui, Weil esamina nella forma del conflitto tra l'intelligenza (individuale) e la fede (cui si accede solo attraverso l'amore soprannaturale). E potrà, l'amore, incarnarsi, subordinare a sé l'intelligenza solo se di questa verrà garantito il libero esercizio.

E' lo slancio verso la trascendenza che, nel discorso politico come in quello religioso, consente di significare la realtà e di rappresentarla a partire dalle zone finora rimaste in ombra. E perché non raccoglierla, questa indicazione, nel ridisegnare lo spazio pubblico ponendosi "aldilà della quotidianità dell'agire"?

Ci hanno pensato Giancarlo Gaeta, Carla Bettinelli e Alessandro Dal Lago in un libricino inconsueto quanto a proponimenti (Vite attive , edizioni Lavoro, pp.89, L. . 12.000): indagare i grandi mutamenti in atto - sociali, politici e culturali - procurando, però, un nuovo inizio alla riflessione, una sorta di provocazione teorica capace di "ampliare gli orizzonti dell'interpretare".

Per questo "si è partiti da tre filosofie, da tre pensieri atipici, da tre donne": Simone Weil, Edith Stein e Hannah Arendt cui sono dedicati, rispettivamente, i contributi di Gaeta (Politica e religione nel pensiero di Simone Weil), Bettinelli (Identità di genere e cultura delle libertà: Edith Stein) e Dal Lago (Hannah Arendt: la delusione della filosofia). "Pensieri estranei" ma necessari "a verificare - si legge nell'introduzione - se la differenza sessuale delle pensatrici poteva produrre un allargamento della conoscenza o aprire spazi di pensiero in grado di far cogliere ciò che normalmente rimane nascosto". Sollecitazione andata a segno: nelle riflessioni di Weil, Stein e Arendt la trascendenza torna a informare ogni progetto etico-politico e riscatta dall'isolamento ogni agire pratico sì da rendere plurale, -per il tramite della differenza sessuale, lo spazio pubblico.

Non c'è traccia di differenza, invece, nella quasi-biografia che Franco Ferrarotti ha dedicato a Simone Weil, la pellegrina dell'assoluto (Edizioni Messaggero Padova, pp.158, L. .18.000). Certo si parla di uomini e donne "in carne e ossa", si distingue l'autorità dal potere, si biasima la "sanguinante cesura tra anima e corpo, fra carne e spirito" che il cristianesimo istituzionale avrebbe aggravato. Ma resta assente, non solo dalla bibliografia (fatta eccezione per una rapidissima nota in cui si citano i lavori di Gabriella Fiori) ma dalla stessa impostazione problematica, qualsiasi riferimento alle interpretazioni femminil-femministe del pensiero weiliano. Alle quali, forse, Ferrarotti avrebbe potuto ispirarsi per leggere quel "bisogno di coerenza crudele", che, a suo dire, percorre tutta la vita dell'"esile mistica" e per orientarsi in quell'apparente groviglio di contraddizioni altrimenti inspiegabili.

Weil, scrive per esempio Ferrarotti, "partecipa ma con distacco, si impegna ma non si esaurisce nell'impegno, è una militante ma non una partitante, è un'utopista ma non è folle". Insomma Weil - questa la tesi del libro - pur essendo una mistica non è priva di "senso comune" né incapace di "sobri giudizi razionali".

Ma gli irriducibili dualismi di cui si serve Ferrarotti non spiegano un pensiero che si tende verso la trascendenza e lì si apre; una filosofia - come la stessa Weil annotava nel Taccuino di Londra - che è "cosa esclusivamente in atto e in pratica". Anzi di più: non colgono che si tratti non di teoria applicata all'agire, quanto proprio della messa fuori gioco della classica opposizione tra teoria e pratica. Anche in rapporto al cristianesimo.



TESI DI LAUREA

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https://thesis.unipd.it/retrieve/d6d7706a-4fc8-41af-95ed-76db7fc0308c/Martin__Matilde.pdf

UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI PADOVA DIPARTIMENTO DI FILOSOFIA, SOCIOLOGIA, PEDAGOGIA E PSICOLOGIA APPLICATA CORSO DI LAUREA IN FILOSOFIA 

 Il concetto di sradicamento in Simone Weil 

RELATORE: PROF.SSA LAURA SANÒ ANNO ACCADEMICO 2024/2025 

 LAUREANDA: MATILDE MARTIN MATRICOLA N. 2075028


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