Scheda 044 "La scelta nonviolenta" 

di Aligi Taschera

https://100-libri-nonviolenza-5dnudp.webnode.it/044-la-scelta-nonviolenta/

La scelta nonviolenta

Taschera, Aligi - S. Pettinato,  Editore l'Alternativa, 1981

Frase da segnalibro - considerazione 45 anni ex post

E' sul riconoscimento della comune umanità che la nonviolenza lavora, e su questo conta per agire.

SCHEDA SUL LIBRO A CURA DELL'AUTORE ALIGI TASCHERA

Scheda introduttiva a

La scelta nonviolenta

di Aligi Taschera

(pubblicato nel 1981)

L'autore parte da una proposta di definizione rigorosa della violenza, desunta dalla teoria comportamentale dell'apprendimento. In base a tale definizione procede ad una critica dell'economisicmo tipico della sinistra storicamente esistita. Alla base del potere e della divisione di classe, come alla base dell'accumulazione del capitale, sta la violenza, che pervade l'intera società esistente. Di conseguenza la violenza è inservibile al fine di superare la società capitalistica del dominio; l'uso della violenza non può che determinare l'assoggettamento a chi la usa di qualsiasi classe e comunità umana. Allo scopo della liberazione dell'uomo dal dominio di classe e dal capitalismo si deve usare una mezzo che sia adeguato a quel fine, e tale mezzo non può che essere la nonviolenza.

Bisogna tuttavia constatare che l'uso della violenza diretta ed esplicita per mantenere il sistema sociale è relativamente raro. La perpetuazione del sistema capitalistico è dovuta ad un sostanziale consenso: alla replicazione di ruoli prestabiliti, alla perpetuazione di norme implicite. In una parola la perpetuazione del sistema è dovuta al perpetuarsi della cultura, intesa in senso antropologico come insieme, di norme, valori, abilità ed usanze trasmesse da una generazione all'altra. E nella trasmissione della cultura ha un ruolo importante non solo la violenza intesa in senso proprio, ma anche la violenza indiretta, o psicologica.

Nell'era del capitalismo avanzato ed ipertecnologico il problema è liberarsi non solo dal potere, ma dalla cultura che ne assicura la sua perpetuazione, facendo credere a tutti che l'unica soddisfazione possibile stia nell'aumento costante del consumo di merci. E' dunque indispensabile opporsi non solo al potere del sistema basato sulla violenza esplicita e diretta, ma anche e soprattutto alla cultura del sistema. Alla disobbedienza civile va dunque affiancata quella che l'autore chiama disobbedienza culturale.

La nonviolenza è perciò l'unica scelta coerente con l'obiettivo del superamento del dominio dell'uomo sull'uomo, e della costruzione di una società socialista che superi la divisione di classe. Obiettivo non solo desiderabile, ma necessario, stante che le società a capitalismo avanzato hanno un'evidente tendenza alla distruzione della natura e dell'uomo che in essa abita.

Ma la nonviolenza non può limitarsi alle tecniche usuali, come l'azione diretta, la resistenza passiva, la disobbedienza civile e la non collaborazione; essa deve presentarsi come progetto di una società altra, non basata sulla violenza, ma su rinforzi positivi; deve essere in grado di mostrare qui ed ora l'esperienza di una cultura alternativa alla violenza a partire dai rapporti umani di tutti i giorni. Per questo è necessario creare isole che mostrino con la loro esistenza la possibilità e la desiderabilità di una cultura e di un modo di vivere e produrre altri dalla società dominante. Solo così sarebbe teoricamente possibile preparare quella grande rivoluzione culturale, sociale e politica che potrebbe portarci al di là della società della violenza, verso una società ugualitaria in equilibrio con la natura. Ma l'impresa non è facile, e non è nemmeno detto che sia possibile: il tempo necessario per una simile trasformazione è molto lungo, mentre le tendenze distruttive della società capitalistica ci lasciano un tempo relativamente breve.

Intervento a cura di "Progetto nonviolento Milano", nell'ambito della iniziativa "Scuola di nonviolenza"

https://progettononviolento.org/2024/12/04/nonviolenza-e-ancora-possibile-0-premessa/

Riflessioni sull'attualità della lotta nonviolenta: prospettive, scenari, ipotesi per l'azione

Premessa

In un'ottica costruttiva, e mentre tentavamo di ideare una sorta di sintetico "corso" di divulgazione dei possibili strumenti della nonviolenza politica, ci sono nate alcune riflessioni che riportiamo in questo articolo, sperando di aiutare noi tutte e tutti nel difficile percorso di elaborazione politica in essere.

La constatazione di base, che già dal 2020 emerge con chiarezza, è questa: c'è stato un cambiamento profondo della nostra società che ha portato alla fine dello Stato di Diritto.

Il potere oggi agisce in una sostanziale impunità. Davanti agli abusi degli "anni pandemici", davanti alla nauseante propaganda bellica della NATO in Ucraina, davanti alla sfrenata crudeltà del massacro di Gaza e agli attacchi di Israele a stati sovrani al di fuori di ogni quadro di legge, sembra che gli standard siano saltati e lo stesso concetto di umanità stia subendo un attacco.

Si impone un ragionamento sulla nonviolenza come la conosciamo, e un'analisi delle conoscenze di cui siamo in possesso, perché in fondo è sul riconoscimento della comune umanità che la nonviolenza lavora, e su questo conta per agire.

Già ci eravamo posti tale questione nel 2022, e le nostre riflessioni culminarono nel convegno "La nonviolenza nell'era dell'emergenza" in cui, insieme a diversi relatori e relatrici coinvolti a vario titolo sia nell'elaborazione nonviolenta che nella lotta alle "politiche pandemiche", ci chiedevamo come impostare strategie e pratiche su questa strada, dopo il drammatico biennio 2020-2022.

I due anni successivi hanno visto lo scatenarsi di una guerra su suolo ucraino e di un massacro di proporzioni mai viste nella striscia di Gaza, mentre le garanzie istituzionali e di diritto hanno continuato a erodersi. La riflessione deve continuare, insieme alla ricerca di vie pratiche per darle corpo e opporci alla militarizzazione, alla guerra, alla disumanizzazione che vediamo dispiegarsi sotto i nostri occhi.

A latere è utile ricordare che "nonviolenza" non significa semplicemente "non aggressione" e che una azione nonviolenta non è contraddistinta semplicemente dalla mancanza di atteggiamento violento, offensivo o aggressivo: parliamo di un pensiero politico organico, complesso, alternativo a quello corrente e dunque controintuitivo, che va studiato e ragionato, e che spesso è volto ad aprire un conflitto.

Per una introduzione al tema, rimandiamo alla lezione online che inaugura il ciclo "Scuola di nonviolenza". Essa per molte persone è anche una strada di vita, qui la intendiamo primariamente come metodo di lotta politica.

Uno dei principi alla base dell'azione nonviolenta è, come già detto, il riconoscimento della comune umanità da tutte le parti del conflitto.
Ciò non riguarda solo chi attua l'azione nonviolenta, ma anche il fronte opposto: nella pratica significa che, se una o più persone smettono di alimentarsi, la parte avversa non vorrà vederle morire di fame – se non per schietta preoccupazione, per la consapevolezza che l'umanità è considerata importante dall'opinione pubblica e che quindi la sua lesione sarà un danno di immagine.
Oppure: nel momento in cui un gruppo di persone si siede su dei binari, ad esempio per bloccare un treno che trasporti armi per una guerra, è ovvio che lo fa con la certezza che il treno verrà fermato.

(Per questa ragione, le azioni di sciopero della fame sono il culmine di un processo e non un qualcosa a cui si ricorre a cuor leggero come mera arma di ricatto. E per la stessa ragione, il blocco indifferenziato della circolazione che coinvolga generici automobilisti non è da considerarsi automaticamente azione nonviolenta).

La questione, allo stato attuale dei fatti, è: come possiamo essere sicuri che oggi quel treno non ci venga invece scagliato addosso?

Come facciamo a contare sul fatto che un'azione nonviolenta che sia volta, ad esempio, a farci arrestare, e smascherare così l'abuso del potere, non si risolva in un inutile sacrificio umano, visto che il potere non si cura più di nascondere i propri abusi, e la maggioranza dell'opinione pubblica sembra immersa in uno stato di torpore inerte o persino colluso?

Lo spirito di sacrificio fa parte del complesso bagaglio di chi intraprende una lotta nonviolenta. Ma questo non significa una vocazione automatica a un martirio fine a sé stesso. Un qualche tipo di efficacia deve necessariamente infondere l'intenzione nonviolenta, se essa vuole essere azione politica, o almeno tentare di esserlo, e se ha la speranza, se non di imprimere un cambiamento sull'esistente, almeno di indicarne la possibilità.